Immagina di trovarti ai piedi della Majella nel cuore di un pomeriggio d’inverno, dove l’aria fredda di gennaio è già densa del profumo delle canne secche e dell’attesa di un intero paese. Le Farchie di Fara Filiorum Petri non sono semplici falò, ma imponenti giganti di canne, architetture vegetali alte quasi dieci metri, legate con precisione geometrica da rami di salice rosso. Il 16 gennaio 2026, come ogni anno, queste colonne arrivano nel piazzale della chiesa di Sant’Antonio scortate dalle contrade, in un corteo che mescola orgoglio paesano e devozione antica.
Il momento più emozionante è l’innalzamento: tra grida di comando e lo sforzo collettivo, i giganti vengono issati verso il cielo con l’aiuto di funi e scale, fino a formare una selva verticale pronta a sfidare il buio. Quando il sole cala e le prime scintille prendono vita, il piazzale esplode in un bagliore accecante. Il fuoco non divampa disordinato, ma risale lentamente l’anima delle canne, trasformando ogni farchia in un pilastro di luce che sembra voler sorreggere la notte.
Mentre il calore sprigionato diventa intenso e quasi primordiale, la folla si stringe intorno alle fiamme per intonare i canti tradizionali e i “ddu’ bbotte” abruzzesi iniziano a dettare il ritmo della festa. È un’esperienza sensoriale completa: il crepitio violento delle canne che scoppiano per il calore, il fumo che sale verso le stelle e il sapore del vino cotto che scalda il petto. In quel fuoco non si brucia solo legna, ma si rinnova ogni volta il racconto del miracolo di Sant’Antonio che fermò gli invasori, trasformando la paura in una danza di luce che unisce la comunità in un abbraccio di fuoco e memoria.
La Redazione
Credits foto: pagina Facebook Fara Filiorum Petri paese delle Farchie e del Miracolo di Sant’Antonio A.




